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Internazionalizzazione. Le diverse forme e le modalità per lanciare il proprio business su nuovi mercati. PARTE 2

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Appurata la necessità di rivolgere l’attenzione dell’azienda a nuovi mercati intraprendendo la strada dell’internazionalizzazione, occorrerà procedere a valutare il modo con cui operare e agire. Vediamoli assieme…

Internazionalizzazione: le diverse forme di “presenza” nel mercato estero.

Il fenomeno globalizzazione ha molto avvicinato le forme di entità giuridiche con cui è possibile essere presenti nei vari paesi. Possiamo elencarle, tenendo presente che le rispettive caratteristiche normative sono comuni alla maggior parte dei paesi e che si tratta di un elemento fondamentale da valutare quando si passa al vaglio l’ipotesi dell’internazionalizzazione:

  • Representative Office. Può rappresentare la prima (in ordine di tempo) iniziativa sul mercato: Non può svolgere attività commerciale, ma è ideale per stringere rapporti in loco e prendere conoscenza delle caratteristiche del mercato e svolgere azioni promozionali e di marketing.
  • Prende normalmente la forma dell’equivalente locale della srl. Può svolgere tutte le attività con costi economici ed adempimenti normalmente ben inferiori a quelli della srl italiana.
  • Joint Venture con partner locale. E’ la soluzione ottimale per mercati complessi e soprattutto quando intervengono rapporti di outsourcing mirati a ridurre i costi di produzione. In quasi tutti i paesi la Joint Venture è una entità indipendente che risponde dei suoi obblighi e responsabilità limitatamente ai mezzi propri. In alcuni paesi, tuttavia, le responsabilità della JVA sono estese alle società partecipanti (è il caso, ad esempio, di Germania ed Austria).
  • Unità produttiva. Normalmente costituita nella forma giuridica locale assimilabile alla Srl o alla SpA. Rappresenta la forma di presenza maggiormente impegnativa, ma è anche quella che può meglio avvantaggiarsi dei numerosi vantaggi che molti paesi offrono agli insediamenti sul loro territorio. Si pensa normalmente ai benefici fiscali, ma gli sforzi che molti governi compiono per attrarre investimenti (e creare occupazione) si possono estendere a incentivi di vario tipo quali insediamenti agevolati in Zone Franche, come pure facilitazioni finanziarie e partecipazioni agli investimenti.

In tal senso, quasi tutti i paesi hanno uffici governativi (se non ministeri) ed agenzie preposte all’attrazione degli investimenti. Soprattutto in paesi medio-piccoli si tratta di strutture snelle e non burocratiche presso le quali il consulente alla internazionalizzazione deve essere ben introdotto ed accreditato. Meglio ancora se la sede locale del consulente-partner è anche incaricata da autorità ed agenzie governative a svolgere attività di promozione per investimenti dall’estero.

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Qualche dato sulle imprese italiane dalla CGIA di Mestre …

Ufficio Studi – 24 febbraio 2018 –“OLTRE 35 MILA PARTECIPAZIONI ALL’ESTERO.

IL COMMERCIO E’ IL SETTORE PIU’ INVESTITO. LOMBARDIA, VENETO ED EMILIA ROMAGNA LE REGIONI PIU’ INTERESSATE

Gli ultimi dati disponibili riferiti all’arco temporale 2009-2015 ci indicano che il numero delle partecipazioni all’estero delle aziende italiane è aumentato del 12,7 per cento; se verso la fine del decennio scorso i casi ammontavano a 31.672, nel 2015 sono saliti fino a raggiungere quota 35.684. Seppur parziali, questi dati ci consentono di misurare la dimensione economica di un evento che rappresenta una forma di delocalizzazione.

“Purtroppo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – non ci sono statistiche complete in grado di fotografare con precisione il fenomeno della delocalizzazione produttiva. Infatti, non conosciamo, ad esempio, il numero di imprese che ha chiuso l’attività in Italia per trasferirsi all’estero. Tuttavia, siamo in grado di misurare con gradualità diverse gli investimenti delle aziende italiane nel capitale di imprese straniere ubicate all’estero. Un risultato, come dimostrano i dati riportati in seguito, che non sempre dà luogo ad effetti negativi per la nostra economia”.

Dall’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della CGIA su Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’Ice, unico data base presente in Italia in grado di monitorare questo fenomeno, si evince, inoltre, che nel periodo preso in esame il numero di occupati all’estero alle dipendenze di imprese a partecipazione italiana è diminuito del 2,9 per cento (una contrazione di poco più di 50.000 unità). Il fatturato, invece, è aumentato dell’8,3 per cento, facendo registrare un incremento in termini assoluti del giro di affari di oltre 40 miliardi di euro. Sempre nel 2015, i ricavi delle imprese straniere controllate dalle nostre hanno toccato i 520,8 miliardi di euro.

Dei 35.684 casi registrati nel 2015, oltre 14.400 (pari al 40,5 per cento del totale) sono riconducibili ad aziende del settore del commercio, per lo più costituite da filiali e joint venture commerciali di imprese manifatturiere. L’altro settore più interessato alle partecipazioni all’estero è quello manifatturiero che ha coinvolto oltre 8.200 attività (pari al 23,1 per cento del totale): in particolar modo quelle produttrici di macchinari, apparecchiature meccaniche, metallurgiche e prodotti in metallo.

Il principale paese di destinazione di questi investimenti sono gli Stati Uniti: nel 2015 le partecipazioni italiane nelle aziende statunitensi sono state superiori a 3.300. Di seguito scorgiamo la Francia (2.551 casi), la Romania (2.353), la Spagna (2.251) la Germania (2.228), il Regno Unito (1.991) e la Cina (1.698).

“Chi pensava che la meta preferita dei nostri investimenti all’estero fosse l’Europa dell’Est – segnala il Segretario della CGIA Renato Mason – rimarrà sorpreso. A eccezione della Romania, nelle primissime posizioni scorgiamo i paesi con i quali i rapporti commerciali sono da sempre fortissimi e con economie tra le più avanzate al mondo”.

Le regioni italiane più interessate agli investimenti all’estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l’Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78 per cento del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia.

 

Non perderti la prima parte dell’approfondimento sull’internazionalizzazione. 

 

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